Onde di Inchiostro

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Magnolia
Senzapiùtempo
Signora Marietta
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domenica, 20 febbraio 2005

...

 

Il volo dell’angelo selvaggio
 
 
 
Parecchie Dame, e qualche Messere puro,
mi dimandaron di come stata fosse
la donna che mi fece il core scuro
e di come l’amore mio, per Lei si mosse.
 
Perigliosa  ovra è guardarsi una ferita,
vedersi il sango c’ancora, a fiotti scende,
dirsi :” La Dama tua, oramai è ita.”,
e sentire lo sconforto che ti prende.
 
Vi dirò della Sua grande beltade,
di come fosse  come Madonna dipinta,
di come la incontrai in una strana civitate
e la mia alma fu, tosto, presa e vinta.
 
Non so cosa capitò un dilicato giorno,
che noi, di due, diventammo uno solo,
e null’altro più esistette attorno
e ci unì un dolce, ma caduco, incanto.
 
Eravamo l’uno dentro l’altro messi,
come lignea bambolina di russa foggia,
di mille strati profondi e spessi,
sentivamo  l’altrui alma che vi si appoggia.
 
Se tollevi una sfoglia di codesto manufatto,
dentro te scorgevi l’altro amante,
per questo mi manca, oh horribil misfatto,
ed è incompleto il mio sembiante.
 
Dove siete, ora, perduta amante,
di cosa nutrite il Vostro core grazioso,
cosa Vi  rende a me  distante,
perché mi guardaste in modo sdegnoso?
 
Sì come sottile, ancestrale essoterismo,
i corpi nostri di spinta repentina e piena,
erano attratti da inarrestabile magnetismo,
e l’un all’altro legati da tosta catena.
 
Con lontana musica in core appesa,
di ritmati tamburi di terra d’Oriente,
col corpo ondeggiavate, morbida e accesa,
magica ancella da movenze suadente.
 
Sì come onda su scoglio, da fortunale spinta,
così li corpi nostri, da desiderio martoriati,
spandean in giro odore di costumanza vinta,
e gli occhi eran larghi di disio abbacinati.
 
Tumide labbra, rosse e gonfie assai,
s’unian in umida intricata stretta
e lingue morbide e sguscianti come mai,
si leccavan con peccaminosa fretta.
 
Inspiravamo lenti, come sparuto assaggio,
l’odor dell’altro, boccheggiante assiso,
ed era implicito, ultimo messaggio,
c’avea col mondo l’ormeggio reciso.
 
Abbandonato e perso, tra le braccia amate,
chiueo gli occhi per guardar  con l’alma,
sentio labbra e lingua in zone inusitate,
che pulsavan lente, con sanguigna calma.
 
Torceo lo corpo, in cerca di piacere,
sentivo spinte e i muscoli scaldarsi,
staccarmi in volo e, assiso, ricadere,
perduto gioco del dare e darsi.
 
Spostai lo capo suo amico e amato,
baciai la nuca sua ed ancho la gota,
stringea forte lo corpo suo disiato,
di lei che si accaldava là dove ci si svota.
 
Sentivo i capelli soi belli odorosi,
che sapevan di malva, lavanda e tiglio,
si univan a li pensieri miei peccaminosi,
storditi assieme in dell’oblio l’artiglio.
 
Baciava l’orecchie sue belle,
sentia lo disio mio dentro lo suo,
lo respiro roco e un po’ ribelle,
e lo sapor dell’amor concesso.
 
Lo bacio suo estremo, poi riprese,
lo corpo mio, alcchè, tirossi fino agli astri,
le membra contratte, eppoi distese,
facemmo de’ nostri corpi languidi incastri.
 
Chinommi fino in giuso alla Signora,
baciai li piedi belli, le dita e le caviglie,
poggiai la lingua là dove il suolo onora,
scorrean le mie labbra come torbide biglie.
 
Stringea la pelle forte, eppoi più adagio,
respiravo stordito tra le gambe de la Dama,
con la lingua le faveva languido massaggio,
e ci mettea la divozione per chi s’ama.
 
Vidi, alfin, il dolce loco disiato,
oh magico fiore e sublime incanto,
soffiai pien d’amore risbegliato,
su ciò che facea di rugiada un manto.
 
Ero vinto, di passion carnal travolto,
ma così d’amor colmo al tempo istesso,
che, quando poggiai i petali al volto,
sembrommi di baciarmi lo mio sesso.
 
Sì come  picciol insetto, in fatale presa,
della mantide gonfio d’amor pieno,
sperai di morire in tale voglia accesa,
che mai spirar sarebbe stato sì sereno.
 
Pulsava lo sango ne li corpi caldi,
a ondate ci scorrea ne le venose strate,
eravam l’un nell’altro stretti e saldi,
attuavam movenze  in cor sperate.
 
Trafissi la Dama con torbida possanza,
che già l’un nell’altro esser era cosa fatta,
il nostro volo, si mutò in una danza,
mai coppia  fu così amante e attratta.
 
Ne lo corpo Suo mi facea varco,
con colpi secchi e dolci assieme,
di Lei medesima mi resi calco,
per unirci in congiunzioni estreme.
 
Fermavo poi la marcia mia scandita,
con una nova promessa di movemento,
che se maggiormente venia tradita,
mutava l’estasi in tormento.
 
Li corpi nostri eran stretti e sigillati,
peccaminosa guaina di casti amanti,
di un perduto mondo a parte assetati,
strano connubio tra demoni e Santi.
 
Che, se donarsi all’altro come disio assoluto,
in spira di congiunzione peccaminosa e pia,
appare come atto d’amor dato e voluto,
dove la membra Sua è ancho la mia.
 
Pulsava caldo lo nerbo mio nel fiore,
sì come tremante agnello in calda stalla,
suprema stasi dell’atto d’amore,
là dove nel disio, il piacer s’installa.
 
Poi, come viaggiator che, di sosta appagati,
prendono cammino, senza null’altro dire,
cominciammo lenti movimenti calibrati,
senza, con cenni, l’inizio scandire.
 
Ci serrammo con ritmo ed afflato,
come a scaricare l’inerzia pria accomolata,
come giocosa corsa, spinta  a perdifiato,
finchè ne’ polmoni d’aria restava boccata.
 
Fu corsa, volo, ed ancho massaggio,
fu il tutto, il niente, il poco e il molto,
fu come il falco in giuso in rapido passaggio,
vidi campi dorati dipinti sul suo volto.
 
Ero con la mia spada ne’ la sua ferita messa,
paura avea, quasi, nel fare movomento,
motivo non capivo de’ la grazia a me concessa,
il core mi scoppiava per lo sentimento.
 
Lo viso Suo, aggraziato dal piacere,
mostrava riso, pianto ed ancho malizia,
voleo metter l’esser mio nel Suo potere,
donarsi tutto a chi s’ama e poi si vizia.
 
Voleo darle in mano puntuto stiletto,
 dirle: Trafiggetemi lo cor da parte a parte,
se ciò Vi causa, puro piccolo diletto,
c’amarVi totalmente sarà mia arte.”
 
Poi fece smorfia di piacere aggraziata,
aprì l’occhi nulla mirando di preciso.
Oh cosa pensaste mia tenera amante,
mentre al culmine del gioco stavate andando?
 
Oh poteste avere un sol momento a me pensato!
Vi guardava, sperando di non avere solo
Corpo mio dentro lo Vostro depositato,
ma che mi vedeste libero uccello in volo.
 
E volai alto ad siderea, volai senza peso,
senza essere da corpo materiale acciso,
librai alto come aquila a cielo appeso,
si dipinse lo Vostro volto ne lo mio viso.
 
Poi fummo fantasmi vascelli alla deriva,
Voi eravate bellissima assorta ed  estasiata,
Vi baciai come assetato alla sorgiva.
Mi amaste allora, o dolce amata?
 
Scorgeste Voi la mia duplice natura,
carnale e casto al tempo istesso,
passionale, lascivo, ma con l’alma pura,
col core in cielo, anche se in Voi messo.
 
Amatemi ancora nel mio esser fallace,
nel mio esser sporco e terreno,
ma sincero, puro e mai mendace,
col core traboccante e di Voi pieno.
 
 
  
 
 Enrico Antonio Cameriere

scritto da cautionlemmy
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